Psicologia: le generazioni degli anni ’60 e ’70 sono diventate più resilienti grazie al “benigno disinteresse”

Cosa spiega il fatto che le persone nate in Italia tra il 1960 e il 1970 sembrino oggi emotivamente più forti?

La risposta pratica non risiede nel fatto che i loro genitori fossero migliori, ma in una sorta di “benigno disinteresse” (benign neglect), che costringeva i bambini a regolare autonomamente il proprio stato d’animo e a gestire le difficoltà. Se ricordate il tipico zio italiano di quell’epoca, che da solo riparava la camera d’aria della bicicletta sotto il sole cocente in qualche località della Toscana o della Puglia, capirete di cosa si tratta: le ripetute piccole delusioni erano allenamenti di vita invisibili.

Autonomia in piazza, non sui libri di testo

L’infanzia di quel tempo in Italia era caratterizzata da una minore supervisione, partite di pallone nelle piazze polverose e un’enorme quantità di tempo trascorsa all’aperto. Questo creava situazioni in cui il bambino doveva improvvisare, negoziare con i coetanei e aspettare — che fosse il proprio turno nel gioco o il ritorno dei genitori dal lavoro. Ad esempio, un bambino nato a metà degli anni ’60 nella periferia di Milano o Roma imparava presto a gestire compiti pratici, dal commissionare il pane nella bottega locale alla riparazione di un giocattolo rotto. Questo ha plasmato abitudini emotive a lungo termine. L’autonomia si formava nella pratica, nell’interazione sociale reale, e non attraverso i moderni manuali di educazione.

Perché l’assenza di intervento ha generato la regolazione emotiva?

Quando le mamme e i papà italiani non correvano a risolvere ogni problema immediatamente, i bambini imparavano a gestire la frustrazione da soli. L’idea è simile alla formazione dei calli: le piccole difficoltà rafforzano il background emotivo. Uno studio recente — Odgers & Jensen (2020) — indica che un ambiente con minore mediazione tecnologica favorisce l’esperienza personale, che allena l’abilità del dialogo e la capacità di aspettare. Questo emerge spesso nelle conversazioni con i parenti più anziani, la cui infanzia è trascorsa in un’epoca analogica prima della comparsa onnipresente degli smartphone. La psicologia afferma che la resilienza di queste generazioni non è un caso. Oggi, nell’era delle risposte istantanee e delle consegne rapide, molte opportunità per questo “tempra emotiva” sono svanite. Vi riconoscete in una situazione in cui anche un ritardo del treno di cinque minuti provoca una tempesta di indignazione?

Quali competenze emotive sono diventate più evidenti?

Si osserva un modello preciso: pazienza, capacità di concentrazione, risoluzione pratica dei problemi e una maggiore soddisfazione per ciò che si ha.

  • Pazienza. Elevata nelle generazioni ’60-’70 a causa di un ritmo di vita dettato dalla realtà; bassa nella Generazione Alfa a causa dell’abitudine al clic istantaneo.
  • Autonomia. Allenamento precoce su compiti reali per i nati negli anni ’60; stimolata dal digitale ma con meno pratica quotidiana per i più giovani.
  • Focus. Attività analogica prolungata contro multitasking e frammentazione dell’attenzione.

Analisi della situazione: equilibrio tra protezione e libertà

Questo non è un invito ad abbandonare la cura genitoriale. Le osservazioni personali sulle famiglie italiane mostrano che la supervisione e lo spazio libero possono coesistere. Il “benigno disinteresse” non è sinonimo di negligenza. Si tratta di fornire uno spazio sicuro (ad esempio, permettere al bambino di andare da solo alla gelateria più vicina) affinché possa affrontare piccole sfide. L’obiettivo è favorire l’autonomia con una supervisione adeguata, ma non soffocante.

Come bilanciare questo aspetto oggi?

  1. Stabilire zone senza schermi, specialmente durante i pasti in famiglia.
  2. Assegnare piccoli compiti domestici.
  3. Permettere ai bambini di sperimentare una “frustrazione sicura”, ad esempio dando loro la possibilità di trovare da soli una via d’uscita dalla noia senza l’uso di un tablet.

Le ricerche confermano questa tesi?

Sì. Lavori come quello di Odgers & Jensen (2020) discutono di come l’iper-connessione frammenti l’attenzione e riduca il volume dell’esperienza in presenza, necessaria per la formazione della resilienza interiore. Per recuperare le abilità perdute, vale la pena proporre ai bambini sfide graduali e dare loro l’opportunità di vivere un’esperienza reale e “non filtrata”.

Alessia Ricci